Collaborazione tra IA e umani: utilizzare l’IA per aumentare la creatività

9 min read
Artwork by Tombalobos

Quando nel 1937 Guernica veniva bombardata, Picasso era a Parigi. Stava lavorando a un murale per il padiglione spagnolo della Mostra internazionale quando venne a sapere che la città basca era stata distrutta; in seguito alla notizia, abbandonò la sua idea iniziale e trasformò l’oggetto del murale nel bombardamento di Guernica.

Picasso terminò l’ opera nel giro di 35 giorni. Iniziò realizzando diversi schizzi e provando diversi soggetti per descrivere meglio l’agonia che voleva trasmettere attraverso il dipinto. Gli schizzi, che catalogò accuratamente con ciascuna rispettiva data, gettarono le basi per il risultato che voleva raggiungere. Ad esempio, sperimentò disegnando cavalli e tori per capire quale animale appariva meglio sul prodotto finale: un capolavoro di 349 per 776 centimetri che ora sovrasta i visitatori del museo Reina Sofia di Madrid.

Considerato il risultato finale, sorprende che Picasso abbia impiegato così poco tempo per terminare l’opera, ma al giorno d’oggi l’intelligenza artificiale avrebbe impiegato anche meno sforzi. Sarebbe bastato trasmettere bit e parti di opere d’arte esistenti a un computer, il quale li avrebbe analizzati ed elaborati per creare un dipinto. È molto difficile immaginare l’aspetto di Guernica se fosse stata realizzata da un algoritmo e non da un umano.

L’arte creata dall’IA ha acquisito molta popolarità ed è possibile trovarla dappertutto, benché non sempre ci accorgiamo della sua presenza. Ci sono dipinti, canzoni, capitoli di libri e persino intere collezioni di moda creati artificialmente. Ma vanno percepiti come il risultato di un processo creativo o di anni di ricerca scientifica?

L’origine della creatività

La creatività si presenta in molte forme e dimensioni e si traduce in forme d’arte ben distinte: enormi dipinti murali come Guernica, un impressionante catalogo come la raccolta musicale di Lennon-McCartney, un pezzo d’arte di nome Marilyn che rappresenta un paio di gigantesche scarpe realizzate con tantissime pentole. Gli esseri umani possono essere creativi in innumerevoli modi, ma possiamo definirli tutti come “l’uso dell’immaginazione o di idee originali per creare qualcosa”, o semplicemente “inventiva”.
Tuttavia non è facile definire da dove provengono queste idee.

Il cervello è ancora un territorio relativamente inesplorato per noi, e gli scienziati non hanno ancora capito come individuare l’esatta posizione in cui avvengono determinati processi cognitivi. Il pensiero creativo è uno di questi. Diversi studi hanno collegato la creatività a diverse parti o processi del cervello: la corteccia prefrontale, l’emisfero destro, l’ippocampo, la circonvoluzione temporale superiore, la densità della materia bianca, la giunzione parietale-temporale, la sincronia delle onde alfa o la rete neurale predefinita.

Non ci sono ancora consensi, se non che la creatività coinvolge praticamente l’intero cervello e non può essere individuata in una singola posizione attraverso le immagini cerebrali.

Ma ciò non ha impedito ai ricercatori di provare a capire da dove nasce la creatività. Uno dei metodi più comuni è l’Alternative Uses Test (AUT), nel quale i partecipanti devono pensare a modi alternativi di utilizzare oggetti di uso quotidiano, come giornali o mattoni. Più la risposta è insolita (ad esempio utilizzare un mattone come bara finta per un funerale di Barbie), più punti creatività riceve il partecipante. Ciò pone due problemi fondamentali: il primo consiste nel limitare la creatività a un singolo oggetto che si possiede o meno, sulla base di un sistema di punti, e ignorare tutti gli altri tipi di creatività che emergono nell’individuo; il secondo consiste nel collegare la creatività al pensiero divergente, ovvero trovare un’idea esplorando più possibili soluzioni, quando può facilmente nascere con il pensiero convergente.

Altri hanno cercato di dimostrare la relazione tra creatività e altri aspetti della condizione umana. Nancy C. Andreasen, cattedra di psichiatria Andrew H. Woods presso il Carver College of Medicine dell’Università dell’Iowa, studia la creatività da decenni, in particolare il suo legame a un alto QI e, spesso, a malattie mentali. Il punto focale di uno dei suoi primi studi fu l’autore Kurt Vonnegut e la sua famiglia. Lo stesso Vonnegut soffriva di depressione, così come sua madre, mentre a suo figlio fu diagnosticata la schizofrenia. Ma la creatività era anche una caratteristica di famiglia: il padre di Vonnegut era un inventore di successo, il figlio uno scrittore come lui. Nel suo studio, Andreasen ha descritto ulteriormente questo legame con altri famosi esempi: Virginia Woolf, Ernest Hemingway, Vincent van Gogh, John Berryman, Hart Crane, Mark Rothko, Diane Arbus, Anne Sexton e Arshile Gorky.

Sono emersi altri fattori che spianano la strada verso la creatività, come l’umorismo o quei momenti in cui troviamo improvvisamente la soluzione a un problema senza neanche pensarci. Qualunque cosa siano, sono tratti prettamente umani, per cui ci si chiede come le macchine possano essere creative e se lo sono realmente.

Disegnami come uno dei tuoi algoritmi francesi

A ottobre del 2018, l’opera ” Ritratto di Edmond de Belamy” è stata venduta all’asta Christie’s per 432.500 $. Non molto per un’industria che vende dipinti a milioni di dollari. La cosa scioccante è che Edmond de Belamy non è una persona reale, così come non lo è l’autore dell’opera. Si trattava del risultato di un software che analizzava gli schemi di un corpus di opere del XIX secolo e generava una nuova immagine in base a ciò che aveva appreso.

La tecnologia alla base si chiama GAN, o rete antagonista generativa, ed è diventata una scelta popolare per chi vuole creare arte tramite l’intelligenza artificiale. Attraverso l’apprendimento automatico, le GAN raccolgono un determinato campione per dedurre gli schemi e creare nuove opere d’arte sulla base della conoscenza che hanno acquisito. In questo caso, alle GAN sono stati trasmessi ritratti e altre opere del XIX secolo. Le GAN hanno appreso che un ritratto del Rinascimento è in genere composto da un busto o da una vista a tre quarti di un soggetto. La macchina potrebbe non sapere cosa sia un busto, ma ne ha comunque visti a sufficienza per essere in grado di produrre immagini seguendo le stesse regole.

Lo stesso vale per la musica. A un’IA di nome Aiva (Artificial Intelligence Virtual Artist) è stato insegnato a comporre musica classica dai suoi creatori. Ha imparato “a leggere un’ampia raccolta di partizioni musicali, scritte dai più grandi compositori (Mozart, Beethoven, Bach) per creare la rappresentazione di un modello matematico della musica”. Aiva utilizza quel modello per scrivere nuova musica, tra cui un album completo chiamato Genesis e diverse colonne sonore. Aiva è stata la prima IA a guadagnarsi lo status di compositore, registrata dalla società di diritti d’autore della Francia e del Lussemburgo. Ciò significa che l’intera raccolta musicale di Aiva è protetta da copyright.

L’IA sta anche reinventando l’industria della moda. DeepVogue, un’IA sviluppata da DeepBlue Technology, ha vinto il secondo premio al China International Fashion Design Innovation Competition di quest’anno. Proprio come Aiva e l’algoritmo che ha “dipinto” il ritratto di Edmond de Belamy, a DeepVogue sono state trasmesse immagini, tematiche e parole chiave, che ha poi studiato per produrre i suoi disegni originali.

Tutti e tre gli esempi mostrano che l’IA non è ancora creativa in modo attivo. I computer non si siedono a pensare quale sarà il prossimo disco o romanzo. Ciò che l’IA è attualmente in grado di fare è esaminare enormi corpus di opere d’arte a cui gli umani la espongono e mescolarli e abbinarli per creare nuove cose, analizzando migliaia di diverse opzioni in pochissimo tempo. Gli artisti dovrebbero considerarla un’opportunità, non una minaccia.

Creatività aumentata

Forse non vi ricorderete di Taryn Southern della terza stagione di American Idol. Non è riuscita a superare la Top 50 e attualmente sta facendo cose molto più interessanti, come pubblicare un album con Amper, un’IA che compone, produce ed esegue brani musicali. L’album si chiama “I AM AI” ed è stato il primo ad essere interamente creato da un’IA, nel 2017. Al contrario di altre composizioni musicali “scritte” da algoritmi, che vengono poi messe a punto da umani, gli accordi e l’utilizzo di strumenti nell’album collaborativo di Southern sono interamente opera di Amper. Southern ha soltanto definito lo stile e il ritmo che desiderava per l’album. E ovviamente canta.

Amper è stato sviluppato fin dall’inizio con l’intento di lavorare in collaborazione con musicisti umani. Drew Silverstein, compositore cinematografico e co-fondatore di Amper, spiega: “come società, siamo fortemente convinti che il futuro della musica verrà creato con la collaborazione tra umani e IA. Vogliamo quell’esperienza collaborativa per stimolare il processo creativo”.

Molti altri credono che almeno una parte del futuro dell’arte consisterà nella collaborazione tra IA e umani. Botnik, ad esempio, è una comunità online di scrittori, artisti e sviluppatori che utilizzano le macchine per creare lavori che vengono mostrati al mondo attraverso il gruppo di intrattenimento Botnik Studios. Tra le altre cose, hanno scritto canzoni utilizzando lo stesso stile dei The Strokes, per i quali i testi erano elaborati da un’intelligenza artificiale.

Attraverso l’apprendimento automatico, l’IA offre grandi opportunità agli artisti: è in grado di apprendere da enormi quantità di dati, molto più rapidamente di quanto qualsiasi umano sarebbe in grado di fare. Riesce quindi a riprodurre gli stessi dati per realizzare piccole opere d’arte che non saremmo mai riusciti a ideare senza confrontarci con i prodotti dell’IA. Invece di trovare un’idea creativa, gli artisti possono confrontare molti output diversi e partire da lì.

Se Picasso avesse potuto accedere a questo tipo di strumento, come sarebbe stata Guernica? In quanti modi diversi avrebbe potuto scegliere di concludere la sua opera, oltre a come la conosciamo oggi? Potremmo saperlo solo se qualcuno sviluppa un’IA che apprende dagli schizzi e da altre opere di Picasso per creare un dipinto che rispecchi il suo lavoro.

Ad ogni modo la componente umana sarà sempre presente. L’IA stessa è un’attività umana che da sola non esisterebbe e solo noi possiamo fornirle gli strumenti per apprendere. Può alleggerirci il carico di lavoro, ma pecca di immaginazione, pensiero astratto e altri tratti umani che, come ritengono gli scienziati, stimolano la creatività.

Quindi per ora gli artisti possono tirare un sospiro di sollievo: le macchine non si sveglieranno all’improvviso con brillanti idee, almeno non nel breve periodo. Tuttavia possono certamente aiutarci a esplorare le nostre.

ArtboardFacebook iconInstagram iconLinkedIn iconUnbabel BlogTwitter iconYouTube icon