Jen Jope aveva un appuntamento con il suo nuovo terapeuta.

Prima che iniziasse la seduta, il terapeuta le disse che si sarebbe concentrato sui suoi sentimenti generali. Spiegò che le avrebbe insegnato a gestire i pensieri distorti, responsabili delle sue crisi di ansia e depressione.

C’era solo un piccolo particolare. Il suo terapeuta era un robot.

Per un mese, Jope ha partecipato a sedute giornaliere con Woebot, un terapeuta chatbot testuale e gestito dall’IA, lanciato nel 2017, e ha condiviso la sua esperienza su Depression Defined, un sito web che si impegna a educare e aiutare le persone che soffrono di depressione, sito di cui lei è fondatrice e responsabile editoriale.

Ciao, sono Woebot!

“Ho lanciato Woebot per offrire alle persone un modo alternativo di ricevere l’aiuto di cui hanno bisogno”, afferma Alison Darcy, fondatrice e CEO di Woebot, nonché ricercatrice di psicologia clinica a Stanford. Forse ha in mente un obiettivo ben preciso. Solo negli Stati Uniti, oltre 45 milioni di persone vivono con problemi mentali. Stiamo parlando di un adulto su cinque. Le ragioni sono diverse e non tutti ricevono l’assistenza di cui hanno bisogno: due terzi di queste persone non consulteranno mai uno specialista nella loro vita.

Tuttavia ciò potrebbe cambiare, ora che la terapia ha fatto il suo ingresso nel mondo digitale.

Woebot utilizza la terapia cognitivo-comportamentale, o TCC. Non si tratta di un archetipo freudiano di terapia, durante la quale vi sdraiate su un divano e rimuginate sui vostri sogni e ricordi d’infanzia repressi che sono alla base dei vostri tormenti. Invece di concentrarsi sul passato, la TCC vi porta a considerare i vostri pensieri e sentimenti attuali, e da decenni aiuta le persone che soffrono di ansia, depressione e altri disturbi mentali. “Sembra che non sia affatto facile curare le nostre emozioni, per cui la TCC punta a un obiettivo più semplice, ovvero i nostri pensieri”, afferma Darcy. I nostri pensieri creano la nostra realtà, quindi rompendo gli schemi di pensiero negativi, la TCC può in un certo senso riscriverli.

La particolarità della TCC è che richiede molta autoconsapevolezza, pratica e check-up regolari. Darcy ribadisce spesso che l’efficacia della TCC è direttamente proporzionale all’impegno profuso dal paziente. Ed ecco dov’è il problema.

In primo luogo, le sedute di terapia settimanali possono essere piuttosto costose. È inoltre una questione di scomodità: anche nel migliore dei casi, se vivete in una città con un accesso agevole alle cure mediche, vi sarà difficile trovare un ritaglio di tempo in quelle (almeno) 35 ore settimanali che dedicate al lavoro. Nel peggiore dei casi, se siete disabili o vivete in zone rurali o ultraperiferiche e non trovate un terapeuta nel raggio di chilometri, la cosa diventa praticamente infattibile.

Inoltre il lavoro di terapeuta non è molto flessibile: c’è un limite al numero di pazienti che si possono ricevere in un giorno, mese o anno. Forse parlare con un bot non è lo stesso che parlare con un terapeuta esperto e qualificato, ma risolve il suddetto problema in modo molto semplice. Un bot può parlare con più pazienti in un secondo di quanto un terapeuta possa riceverne in tutta la sua vita. Può essere disponibile per voi alle 8 delmattino, mentre sorseggiate una tazza di caffè, o come Alison Darcy ha sottolineato in un’intervista con Clive Thompson del New York Times, “Woebot è disponibile anche alle 2 di notte, quando avete un attacco di panico e nessun terapeuta può, o dovrebbe, essere a letto con voi“.

App come Woebot, Replika e Wysa possono inoltre aiutare a combattere l’interminabile stigma della terapia. Sembra che aprire un’app e provarla intimorisca molto meno di un appuntamento fissato di un’ora.

Ci sentiamo più a nostro agio a parlare con i chatbot?

Le ricerche suggeriscono che spesso ci sentiamo più a nostro agio a esprimere i pensieri online che non di persona . I ricercatori ritengono che ciò sia dovuto a un numero inferiore di segnali non verbali da analizzare: online non possiamo farci scoraggiare da una piccola smorfia o da un’espressione cinica. Possiamo aprirci senza sentirci a disagio.

Tuttavia ci sono cose che a malapena riusciamo ad ammettere a noi stessi, figuriamoci a condividerle con un altro essere umano. La maggior parte di noi, inclusa me stessa, spesso si preoccupa di come le persone ci accoglieranno, se ci accetteranno per chi siamo, se ci capiranno e sosterranno.

Perdendo totalmente quella componente umana, si perdono tutte queste preoccupazioni. Un bot non vi giudicherà. Quindi potete parlare liberamente dei vostri sentimenti, senza preoccuparvi di sembrare intelligenti ed eloquenti o banali e nevrotici.

Come spiega Jope, “stranamente, in alcuni casi, è stato più semplice aprirmi con un robot acritico, e a ogni conversazione ho scoperto qualcosa di più su me stessa”.

Woebot non mette alcuna soggezione. Il bot è stato reso il più amichevole possibile e si può subito notare il lavoro che c’è dietro. L’allegro color giallo mostarda del suo corpo, il divertente saluto con la mano, la sua testa che si inclina quando vi saluta sullo schermo. Persino i messaggi di conversazione, ricchi di emoji e GIF fantasiose.

Non si finge mai un essere umano, ma ha delle peculiarità intrinseche che gli donano personalità, ad esempio quando scherza con Jope dicendole che gli piace lucidare i suoi stessi ingranaggi. “Li voglio tutti luccicanti”, dice. Quando dite a Woebot che siete ansiosi o tristi, lui risponde che gli dispiace molto. E per un attimo riuscite quasi a crederci.

Alla ricerca dell’empatia artificiale

Woebot non è il primo del suo genere. Nella metà degli anni ’60, Joseph Weizenbaum, un informatico che lavorava al MIT Artificial Intelligence Laboratory, creò ELIZA. Il programma eseguiva uno script che simulava la psicoterapia rogersiana, un approccio orientato alla persona sviluppato dall’esperto psicologo Carl Rogers, e poneva domande aperte per invogliare l’umano dall’altro lato dello schermo a esprimere le sue emozioni.

Dava l’illusione di capire, e funzionava. ELIZA invitava le persone a parlare dei propri problemi, e alla fine dell’esperimento molte di loro non riuscivano a credere che fosse solo un software, nonostante Weizenbaum affermasse il contrario.

Sapevamo già che la terapia via internet era efficace tanto quanto quella eseguita di persona, come dimostra questo studio del 2013. Tuttavia solo di recente si è scoperto che la terapia con i chatbot funziona davvero. Due settimane dopo aver interagito con Woebot, 70 studenti hanno segnalato una riduzione significativa dei propri sintomi di depressione e ansia. E benché fossero tutti consapevoli della natura artificiale del loro terapeuta, molti sono rimasti colpiti dalla profondità di pensiero del bot. Era come se mostrasse empatia nei loro confronti.

Pensandoci bene, è piuttosto strano. Questi sistemi virtuali non riescono a riprodurre l’empatia degli esseri umani. Ad oggi non esiste qualcosa come l’empatia artificiale. Esiste invece la comprensione artificiale. Se i software sono abbastanza sofisticati, è possibile non riuscire a distinguerli dall’essere umano.

Con i recenti progressi nell’analisi del sentiment, dove gli algoritmi analizzano le frasi per determinare i sentimenti, gli atteggiamenti o le opinioni, è facile formare la risposta e il tono di voce in modo opportuno. Tuttavia anche un bot ben realizzato non riuscirà a comprendere davvero ciò che dite. Non potrà capire davvero i vostri problemi.

Uno spazio sicuro?

La terapia basata sui chatbot ha le sue carenze. Non è predisposta a gestire le situazioni di emergenza, come i pensieri suicidi, ad esempio. Inoltre alcuni ritengono che aumenti la dipendenza dalla tecnologia, per via delle interfacce semplici, delle notifiche push giornaliere e dei sistemi di gratificazione immediata. E nonostante ci vantiamo di riconoscere questi trucchetti in ambito di esperienza d’uso, continuiamo a caderne preda.

Essere dipendenti è nella nostra natura. È già brutto avere a che fare con una dipendenza da app all’apparenza innocue, come il famoso gioco Two Dots, ma quando si tratta di piattaforme volte a curare disturbi mentali, la cosa diventa ben più grave. È alquanto ironico il fatto che un’app che dovrebbe aiutare le persone alle prese con ansia e depressione possa al contempo aggravare la loro dipendenza dalla tecnologia, promuovendo l’emarginazione e l’isolamento, che a loro volta sono fonte di ansia e depressione.

Tuttavia tutti sembrano essere più preoccupati della sicurezza digitale. Alcuni medici non condividono questi servizi e affermano che violano l’obbligo di riservatezza del paziente. Dopotutto si tratta di confidare informazioni molto private e personali, ed è inquietante immaginare le conseguenze che potrebbero portare gli attacchi hacker, le trascrizioni trapelate o i dati venduti al miglior offerente.

A quanto sembra, però, le persone continuano a utilizzarli. Secondo Darcy, Woebot riceve 2 milioni di messaggi al giorno, e molti sembrano essere infastiditi dalla quotidianità dei check-up. “Ci sono giorni in cui mi sento abbattuto, ma in fondo mi lascio abbattere dalla terapia, dai miei pensieri e dalla vita in generale”, sono le parole di un anonimo su internet.

Potremmo essere di fronte all’inizio di una nuova era nel settore sanitario. Naturalmente i terapeuti chatbot non potranno mai sostituire i professionisti della salute mentale, ma possono senz’altro contribuire a raggiungere e aiutare milioni di persone che altrimenti non avrebbero mai questa possibilità.

Se non altro, si tratta di dedicare a se stessi dieci minuti al giorno. Potremmo tutti trarne un po’ di beneficio.